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La Minuta #9

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Il narratore aveva ricevuto in dono un aneddoto da un'altra persona, o dalla vita, poco importa. Era un aneddoto come pochi, colorato da toni cupi e  catastrofici che mutavano diventando poi allegri e solari, alla prima annusata profumava di tensione, di luoghi chiusi e anche un poco di merda, ma dandogli tempo esplodeva in uno sbuffo di autoironia e lieto fine. Portandolo all'orecchio si sentiva un crescendo di archi e ottoni che culminava poi in assolo concitato di batteria, per finire nella spensierata strimpellata di un banjo. A tirarlo fuori così, al momento giusto e per un soldo, il narratore ci avrebbe vissuto per un bel pezzo. Ma decise di giocarsela diversamente. Lo nutrì per bene, l'aneddoto crebbe, prima lentamente e poi un po’ più veloce, al ritmo di un pettegolezzo sussurrato divenne, in men che non si dica, un'epopea. Il narratore lo analizzò da più angolazioni, si rese conto che ora era troppo grande, ed era divenuto informe. Lo mise a dieta, l'epopea...
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  Dal micro appartamento, 25 mq calpestabili, al piano 52 di un condominio popolare di un quartiere immerso nell'oceano cementizio che è la grande metropoli, proveniva, da diverse dozzine di minuti, l'imperterrito scroscio di una doccia, sovrastato qua e là da canzonacce piratesche sconce e sbronze. Il giovane cantante godeva di ogni goccia, con la lingua in fuori cercava di immaginare il sapore dell'acqua del mare, non l’aveva mai toccata, odorata, nemmeno assaggiata. Del mare aveva esplorato solo il virtuale senza giungere mai a una riva reale. I condòmini, a colpi di rimbrotti urlati, ruppero il suo sognare: lui a sua volta ruppe gli indugi. A tentoni e seguendo percorsi raffazzonati, attraverso canyon in cemento armato, scollinamenti carrabili ad alta percorrenza e oscuri sottopassi, il giovane giunse, quasi senza produzione di CO2 alcuna se non la sua medesima di essere umano, all’agognata riva del mare, su una sconfinata spiaggia di polietilene, pvc, policarbonato e p...

La Minuta #3

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Una pulzella di esile figura, indossando una rossa mantellina, nel bosco camminava senza paura, benché incombesse l’ora vespertina. Con il volto celato da un cappuccio Turbata non pareva da alcun cruccio Un cesto di cibo a sua nonna recava vecchiarda inferma, che già l’aspettava Ma tra le tenebre d’oscura selva Un grosso lupo attendeva in agguato Non aspettava che lei, quella belva, Che ben altri bimbi aveva ingoiato La fiera balzò di fronte alla piccina chiedendo “Chi sei tu, incauta piccolina?” E lei “Mi chiamano Cappuccetto Rosso!” E lui “Di te non rimarrà che un osso!” Ma un odore gli giunse noto al naso Dannazione, era sangue quel fetore! Quel mantello non era rosso a caso Lei ghignò e il lupo colse il proprio errore “Più d’una volta io fui già aggredita” Disse lei, con gaiezza ora svanita “Del sangue dei lupi ho il manto imporporato. Non hai più scampo ormai, verrai ammazzato.” E il lupo si voltò senza esitare Ma si arrestò, la coda era tirata da Cappuccetto, pronta a...